GLI SPERGIURI E I GRANCHI DELLA MALATISTICA

(dalla Conferenza ABIN-Bergamo del 5/4/2009)

Un autentico baratro ideologico tra medicina e igienismo naturale

 

Noi igienisti-naturali e noi etico-salutisti non siamo medici e, quando lo siamo, neghiamo e sconfessiamo una sostanziosa porzione dell’educazione medica che abbiamo nostro malgrado ricevuto.

Lo stesso Shelton sconsigliava i suoi alunni di laurearsi in medicina, mentre li spronava piuttosto a studiare naturopatia, fisica, chimica, biologia, e persino anatomia.

Il concetto igienistico di malattia è totalmente diverso da quello medico.

Per noi la malattia è l’altra faccia della stessa medaglia che ospita la salute.

Per i medici invece la malattia è un’entità individuale ben definita e bizzarra, che viene da lontano.

Una palla da tennis o una freccia scagliata da chissà chi e chissà dove, e che ci viene a colpire quando meno ce l’aspettiamo.

La medicina si è specializzata più nelle cure della malattia che nel ripristino della salute e, come vedremo, le due cose sono molto diverse l’una dall’altra.

Al punto che, il vero ed appropriato nome della cosiddetta scienza medica potrebbe essere quello di Malatistica o Malatologia (con una o due t, indifferentemente).

 

Igienismo naturale come scienza della salute e della vita, ovvero come scienza etico-salutistica

 

L’igienismo naturale invece si propone e si qualifica a pieno titolo come Scienza della Salute e Scienza della Vita, ovvero come Health Science  e  Life Science, per dirlo all’americana.

Troppo comodo, obietta il medico.

Lo studente di medicina deve studiare e sbuffare per 6 anni, prima di diventare medico, e deve pure sottoporsi al praticantato ed alla specializzazione.

Questo è verissimo.

Ma nessuno sostiene che il salutista-naturale possa cavarsela a buon mercato.

Chiunque si interessi alla salute deve in ogni caso mantenere una notevole apertura mentale, e deve altresì impegnarsi a fondo, studiare ed approfondire in continuazione i problemi sul tappeto.

Occorre pure aggiungere che non sono gli anni di duro studio, da soli e di per sé a dare una garanzia sulla preparazione ottimale di un professionista medico o non-medico, quanto la qualità e la veridicità delle teorie prescelte dal medesimo.

C’è poi da dire che, mettere dentro il cervello una massa spesso incoerente e raffazzonata di informazioni, di teorie non sempre cristalline, può solo causare maggiore stress e maggiore confusione mentale.

 

 

 

Gli igienisti naturali sono i veri figli e i veri seguaci di Ippocrate

 

Quindi, non siamo medici e non abbiamo fatto giuramenti o spergiuri sul Testamento di Ippocrate, anche se ci sentiamo legati a lui in modo assai più genuino e concreto di quanto non lo siano gli stessi medici.

Reclamiamo infatti di essere noi, e non i medici, i veri seguaci e i veri figli di Ippocrate.

Partiamo dunque dalle parole scandite e scolpite sulla roccia dai nostri antichi antenati, i quali soppesavano i termini, non parlavano a vuoto o a vanvera.

Le sue due frasi basilari, che riecheggiano da oltre 2000 anni, sono molto note.

Una riguarda un principio universale, e sostiene che  La natura è la sovrana medicatrice dei mali  (pertanto non l’uomo, non il medico, non il farmaco possono arrogarsi il merito della guarigione, ma i meccanismi naturali che l’organismo possiede al suo interno, a patto che essi siano messi in condizione di funzionare senza impacci, disturbi e intoppi).

L’altra riguarda il metodo operativo che prevede massimo rispetto per l’integrità del paziente, per cui  Primo non nuocere.

Ciò significa che, se cerco di guarirti causandoti dei danni collaterali, magari spesso superiori anche ai vantaggi che ti ho eventualmente apportato, sto sbagliando tutto.

In ogni caso, sala operatoria e bisturi sono molto spesso il simbolo stesso del fallimento della medicina.

 

La malattia nell’immaginario popolare e nell’immaginario medico

 

Quale è il concetto di malattia nell’immaginario popolare?

Stiamo alla larga e facciamo pure le corna. Malattia significa odore di ospedale e di cipressi.

Malattia significa sofferenza e sfortuna, pianto e disgrazia, paura e disperazione, infermità e dolore, flebo e pappagalli senza piume, farmaci e strumenti chirurgici.

L’impatto medico non è meno drammatico.

Si parla della malattia come di un mostro straniero con tanto di personalità, contorni e identikit.

Qualcosa che arriva da fuori e da molto lontano.

Qualcosa che giunge a caso, per contatto, per sfortuna, per maledizione, per diabolici ceppi virali che giocano a rimpiattino con l’uomo, che si divertono sadicamente a trasformarsi, a variare, a mutare.

Eppoi non una singola entità, ma uno sterminio di 40 mila entità, tutte schierate minacciosamente e pronte ad aggredirti. Per la medicina, o meglio per la malatistica, siamo dunque circondati dal male.

Tutti vestiti in grigio-verde e stivaletti, in tuta di combattimento, con spray e gargarismi, profilattici e mascherine, pistole e coltelli al posto giusto, contraeree, missili e napalm, piazzati lungo le trincee e i punti strategici di difesa.

 

Il sintomo come obiettivo strategico

 

La medicina moderna è chiamata non a caso medicina sintomatica.

Per le citate 40 mila malattie, più quelle rare e strane non ancora ben catalogate, più quelle inventate di sana pianta (come l’Aids maschile che colpirebbe il 90% dei maschi, per cui anche se esistesse davvero non potrebbe mai essere infettivo e trasmissibile per la famosa legge di Koch, secondo cui le malattie infettive non fanno alcuna discriminazione tra i sessi), non si vanno a cercare le cause, si saltano e si dribblano le leggi scientifiche e ci si concentra su un elemento preciso, evidente, sensibile, circoscritto, che si chiama dolore, grasso, indurimento, indebolimento, tumore, sintomo.

Ci si concentra su qualcosa che sia immediatamente colpibile, su un obiettivo concreto da inquadrare nel mirino del proprio fucile vaccinatorio, farmacologico o chirurgico.

 

Le cause e le concause possono pure esistere, ma solo Dio le conosce

 

Le cause o le concause sì, ci possono pure essere, ma individuarle e definirle con precisione è scomodo, lungo, incerto, complicato.

Queste cose potevano al massimo farle i medici di un tempo, che avevano tempo a disposizione per tempestare di domande il paziente prima di prescrivergli a volte qualcosa.

Le cause precise non le può conoscere il medico.

Solo Dio le sa.

Nemmeno il paziente le conosce.

Magari le sospetta e le sottovaluta.

E si augura pure che non vengano a galla, che non vengano prese in seria considerazione.

Gli darebbe fastidio essere accusato di essere proprio lui il colpevole dei suoi guai.

Il primo Ponzio Pilato della situazione risulta essere paradossalmente il malato.

 

Una cosa è la causa (la vera malattia) e un’altra cosa è il sintomo (il segnale)

 

Hai male alla testa? Pillola. Si cura la testa.

Hai male al ventre? Pasticca. Si cura la pancia.

Hai male alla gola? Antibiotico. Si cura la gola.

Hai la febbre? Molto semplice. Si manda via con l’antipiretico.

Hai indurimento al seno? Bisturi. Si taglia la mammella.

La medicina non si pone assolutamente il problema di base per cui una cosa è la malattia reale (il meccanismo causativo) e un’altra cosa è il sintomo (ovvero l’allarme o l’irregolarità materializzata).

Le malattie vere sono infatti i comportamenti folli, le motivazioni serie che stanno a monte, e non certo le conseguenze banali o comunque segnaletiche che si notano a valle.

 

I pilastri ideologici ed operativi della medicina, e il binario a senso unico tra medico e farmacista

 

I pilastri ideologici ed operativi, gli schemi mentali, su cui poggia la medicina odierna sono:

 

A)  Prevenzione, cioè pratiche vaccinatorie e diagnosi precosi (esempio mammografie)

B)  Cure farmacologiche del sintomo

C)  Rimozione chirurgica dei tessuti compromessi o colpiti dalla malattia, ed eventuale sostituzione di

      organi

D)  Cure ormonali degli squilibri (esempio insulina, eparina)

E)   Sistematico ricorso alle stampelle dei supplementi e degli integratori

 

In ogni caso, tutte le prescrizioni viaggiano sul binario unico tra medico e farmacista.

Tramontati per sempre i tempi in cui, tra un unguento e l’altro, tra una piccola e uno sciroppo, il medico osava suggerirti una terrina di radicchio o di valeriana, dirottandoti dalla farmacia all’ortofrutta.

Se lo facesse oggi verrebbe segnalato e radiato dall’albo.

Lottare contro i sintomi, secondo gli schemi appena accennati, è la bandiera della medicina odierna.

E’ quella pratica perdente, di radici medievali, che ho definito, in una tesina circolante su Internet come

Gli assurdi interventi sulla spia rossa.

 

 

 

Il concetto salutistico di malattia diametralmente opposto a quello medico

 

Il concetto igienistico-naturale di malattia è diametralmente opposto, così come sono opposte le soluzioni terapeutiche che si propongono.

Noi igienisti naturali non diamo certo il benvenuto alla malattia.

Puntiamo piuttosto a stare sani e a non metterci possibilmente mai negli squilibri e nei guai.

Ma, se la malattia arriva, ne prendiamo nota, ne traiamo insegnamento e la rispettiamo.

La malattia non è per noi un’entità specifica e negativa, un diavolo con le corna, o uno spirito maligno che ha scelto di sghignazzarci tramite la microscopica bocca di un batterio o di un virus.

La malattia non è per noi un ente o una creatura satanica da sradicare e debellare.

La malattia è semmai un importante segnale, nonché un meccanismo logico-riparatorio e logico-regolatorio, emanato dal nostro supermedico interno, dalla nostra infallibile CIA, dal nostro sistema immunitario, dal nostro sistema auto-riequilibratore ed auto-guarente.

La malattia non riguarda comunque l’area o il punto colpito, ma l’intero organismo, anche se ha trovato in un determinato punto debole il tallone di Achille della situazione.

 

Malattia uguale salute al negativo, cioè retro della stessa medaglia su cui sta la salute

 

E’ per questo che certi proclami medici tipo  Sconfitta del papillovirus entro il 2020, Sconfitta del diabete entro il 2025, Sconfitta del cancro entro il 2030, ci fanno letteralmente sorridere, e fanno ridere persino le pietre.

Se io mi proponessi la Sconfitta del moto rotatorio terrestre e l’inversione dei punti cardinali entro il 3000, mi dareste del pazzo.

Ebbene, la medicina sta ragionando proprio in quei termini.

Per noi la malattia, lo ripetiamo, è il retro della stessa medaglia su cui sta la salute.

La malattia non è un’entità specifica, con insidiosa e sadica voglia di colpire, ma un prezioso procedimento di espulsione tossine eccedenti (e quindi un processo di recupero e di riequilibrio), accompagnato da un meccanismo di segnalazione ed allarme (sintomo).

Sconfiggere la malattia, significa farsi masochisticamente del male, scagliarsi contro quel prezioso ed ordinato meccanismo che deve portare al nostro recupero.

Sconfiggere la malattia è come andare contro il giorno e la notte, contro il caldo e il freddo, contro lo ying e lo yang.

E’ come andare contro la natura.

E’ come dare dei calci nel sedere a qualcuno che ci viene incontro per aiutarci.

 

I basilari consigli di una preziosa amica, di un angelo custode chiamato malattia

 

La malattia è una grande e intima amica.

Essa è un medico informatissimo interno, un angelo custode che ci conosce a menadito e che ci ammonisce: 

Sta attento, stacca la spina, rilassati e ricaricati, va in riposo fisiologico.

Tronca urgentemente l’immissione di cibo e di pensieri.

Beviti tutta l’acqua distillata che vuoi.

Rivedi mentalmente i tuoi comportamenti e i tuoi stili di vita.

Non appena ti sarai riposato, purificato, depurato dai veleni e dalle tossine, tornerai gradualmente alla norma, adottando però accorgimenti nuovi, sistemi di vita, di pensiero e di alimentazione, compatibili ed armonizzati col tuo corpo sensibile e fruttariano.

Dovrai prendere nota finalmente delle chiarissime indicazioni che il tuo stesso corpo ti offre attraverso centinaia di parametri psichici-fisici-mentali-chimici-biologici.

Parametri precisi ed indiscutibili.

Impara ad osservarti, a scrutarti e ad ascoltarti. Non farti traviare da nessuno.

Impara a discriminare in continuazione il vero dal falso, il reale dall’apparente.

 

Per gli interventi di emergenza occorre fare un discorso a parte

 

Vero è che gli incidenti, le situazioni di autentica emergenza, richiedono spesso interventi e soluzioni straordinarie, che vanno fuori dagli schemi appena citati.

Vero è che qui si parla pure di assunzioni di responsabilità legale, per cui non esistono alternative a quelle della medicina specialistica e dei pronti soccorsi ospedalieri.

Di fronte a un’emergenza corporale non vado dal falegname o dall’idraulico, per quanto saggi e simpatici essi possano essere, ma vado da uno specialista medico.

In questi casi servono le tecniche più sperimentate, affidabili, sicure.

Qui è proprio il caso di dire che  Il fine giustifica il mezzo, per cui il farmaco, l’antibiotico, l’anestetico, le stampelle chimiche, il bisturi, l’abilità chirurgica, diventano indispensabili.

La medicina di emergenza è la vera e unica medicina possibile, quella che serve davvero e che svolge un compito sociale prezioso e rispettabilissimo.

 

Il dr Alec Burton e la Cura della Non-Cura

 

Il dr Burton è presidente dell’Associazione Internazionale dei Medici-Igienisti.

Dirige la propria famosa clinica Arcadia in zona Sydney, e divide il suo tempo tra l’Australia e gli States.

Il grande successo che sta avendo negli USA e nel mondo non sorprende nessuno.

Ebbi modo di conoscerlo personalmente a Baltimora, una decina di anni fa, in occasione di una conferenza internazionale dell’American Natural Hygiene Society.

In un suo illuminante articolo apparso su Health Review del giugno 1996, egli si pone due precise domande:

 

  • A) Deve essere curata la malattia?
  • B) Può essere curata la malattia?

 

Il metodo medico di leggere ed interpretare le malattie è totalmente sballato

 

Il metodo medico di concepire, intendere, leggere, interpretare la malattia, è totalmente sballato, è assolutamente fuorviante, sia per il medico che per il paziente, a causa dei seguenti motivi:

 

  • 1) Primo, perché il metodo medico pensa alla malattia come a un’entità esterna nemica ed aggressiva, e non invece come a un normale processo, a un naturale meccanismo biologico.
  • 2) Secondo, perché pensa a torto che ogni malattia, ognuna delle 100 mila malattie ipotizzate, sia diversa l’una dall’altra, e perde di vista il fatto che esistono delle costanti importantissime in ogni tipo di affezione.

      Costanti che si chiamano perdita di equilibrio e superamento della quota massima di tolleranza

      tossiemica. Costanti che sono sempre le stesse, indipendentemente da dove il sintomo colpisce.

      Il vero fattore notevole in ogni malattia è l’eccesso di veleni e di tossiemia, ovvero la classica goccia

      acida o settica che fa traboccare il vaso.

  • 3) Terzo, perché il concetto di cura medica è raramente collegato al concetto di causa, per cui tutte le attenzioni si dirigeranno fatalmente verso lo sradicamento inutile e temporaneo del sintomo.
  • 4) Quarto, perché curare la malattia, cioè il sintomo (nella visuale medico-sintomatica), non è affatto sinonimo di ripristinare la salute, visto che le cure non rimuovono le cause.
  • 5) Quinto, perché le sostanze usate nulla hanno di naturale e di logico, ma sono piuttosto annoverate tra i più potenti e pericolosi veleni in circolazione, per cui sono spesso più micidiali delle malattie che si vorrebbero curare.

Classico l’esempio della famigerata azidotimina o AZT,  che viene tuttora somministrata come cura dell’inesistente Aids e del fantomatico e mai isolato HIV, e che viene prodotta dalla GlaxoSmithKline, nonostante essa distrugga letteralmente i disgraziati che, loro malgrado, se la sorbiscono.

Non a caso, l’inventore dell’AZT, il dr Richard Beltz, ha sconfessato ufficialmente da anni la sua creatura, pentendosi amaramente di averla formulata.

 

Non si possono usurpare i processi naturali dell’organismo.

Curare la malattia è dannoso ed utopistico, è una perniciosa superstizione.

 

Noi igienisti naturali sosteniamo che droghe, medicine, farmaci, vaccini, sieri, bisturi, non possono e non debbono usurpare gli innati processi naturali dell’organismo.

La guarigione, il ripristino vero e proprio della salute, sono un processo biologico, un ordinato cammino del corpo.

Il riequilibrio, il ritorno graduale al benessere, sono una costante naturale, una tendenza automatica dell’organismo.

La natura della malattia è difensiva, rimediale, eliminativa, adattiva.

La malattia, in altre parole, rappresenta un tentativo naturale e spontaneo del corpo di ripristinare la normalità quando tale normalità è stata disturbata, perturbata, messa sottosopra da cause innaturali.

Se curare la malattia significa recuperare la salute, allora ricordiamoci, mettiamocelo bene in testa, che la malattia stessa è il processo che porta e conduce al recupero.

Per tutti questi motivi, curare la malattia è un grave danno, ed è anche un’impossibile utopia, una perniciosa superstizione.

 

La Cura della Non-Cura di Alec Burton e il  Fare poco e niente alla perfezione di Carmelo Scaffidi

 

Curare la malattia è voler cambiare i connotati a un processo naturale.

Se un paziente guarisce davvero in quel modo, lo fa non grazie alle cure mediche ricevute, ma nonostante esse.

L’errore tragico dei sistemi terapeutici, medici e non-medici, non sta negli svariati metodi usati.

L’errore sta piuttosto nel tentativo stesso di curare la malattia.

Noi siamo dunque per la Cura della Non-Cura, per la cura del riposo, del digiuno, della pulizia interna, del recupero energetico, conclude il dr Burton nella sua brillante arringa.

Come dice spesso Carmelo Scaffidi della ABIN di Bergamo, noi igienisti facciamo poco e niente, ma anche quel poco e quel niente dobbiamo saperlo fare alla perfezione.

Parole di grande umiltà e di infinita saggezza, che meritano un’attenta riflessione e che contrastano clamorosamente con l’arroganza e la superbia dell’atteggiamento medico, basato sul fare esattamente l’opposto, sul fare cioè  tanto e tutto, ovvero sullo strafare, sull’ergersi a protagonisti indispensabili ed insostituibili, su presuntuose stelle di prima grandezza della guarigione.

 

 

Debolezza o forza vitale del non-intervento? Anche Mendelsohn stava dalla parte di Burton.

 

Consigliare ed assistere, non intervenire pesantemente nei processi naturali, può apparire al profano come una mancanza di assistenza o una debolezza dell’igienismo.

Trattasi invece di un aspetto importantissimo e decisivo della filosofia del non-intervento, che richiede nervi saldi, tanta pazienza, grande umiltà e ferme convinzioni.

Il dr Robert Mendelsohn, autore delle più belle e più lette pagine di medicina e di pediatria dell’era contemporanea, era un medico normale ed obbediente come tutti.

Man mano che imparava e che osservava come vanno le cose in concreto, sviluppò il suo senso critico, e diventò il grande dissidente della medicina americana.

Al punto di elaborare la sua celebre teoria secondo cui  Stai Bene? Non andare dal medico, ti ammalerebbe. Stai male? Non andare dal medico, ti aggraverebbe.

Un modo come un altro per riconfermare la cura priva di controindicazioni, la  Cura della Non-Cura.

 

La spettacolarità di certi interventi lasciano molte perplessità

 

L’interventismo medico, l’azione invasiva a tutti i costi, il trapianto di organi, pongono al centro della ribalta il medico, il salvatore, l’eroe, nella spettacolarità del risultato evidente ed immediato, ma costano assai cari in termini di salute, andando a cozzare spesso frontalmente contro i meccanismi naturali che abbiamo prima analizzato, impedendo, ritardando e compromettendo il vero processo naturale di guarigione.

Non si vuole qui togliere alla medicina le opportunità di arricchirsi in termini di esperienza, di allenarsi sul campo di battaglia della sala operatoria, e nemmeno gli indiscutibili meriti di coraggio e di abilità chirurgica, che spesso rivestono importanza fondamentale in successivi interventi, a volte davvero utili e decisivi.

D’altra parte non si possono usare i pazienti male in arnese come carne da macello, come cavie, come soggetti da esperimento chirurgico.

Più un’operazione è complessa e spettacolare, più pena si prova per il poveraccio che la subisce.

 

La morte, per un corpo ormai compromesso, non è necessariamente una tragedia

 

Rimpiazzare uno o più organi può al limite prolungare quantitativamente la vita di una persona, ma  chi ha mai detto che tutto ciò valga assolutamente la pena.

Spesso, morire, spegnersi serenamente e con rassegnazione, è davvero il minore dei mali, almeno per il paziente.

Amare la vita, volere la vita, sono atteggiamenti comprensibili e condivisibili, ma solo a condizione che il proprio corpo sia in grado di sostenere tali ambizioni.

Mentre il non voler morire, costi quel che costi, indica un atteggiamento materialistico e innaturale che porta solo a maggiori disgrazie e a maggiori sofferenze.

Vale forse la pena guadagnarsi un anno di vita imbottendosi di farmaci antirigetto, e perdere nel contempo le infinite opportunità che il destino ci offre oltre le porte della morte fisica?

Non è meglio affidarsi alla misericordia e alla saggezza divina, piuttosto che all’accanimento terapeutico e all’abilità chirurgico-farmacologica della medicina umana?

 

 

Valdo Vaccaro

Direzione Tecnica AVA-Roma (Associazione Vegetariana Animalista)

Direzione Tecnica ABIN-Bergamo (Associazione Bergamasca Igiene Naturale)

 

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