PITAGORA, KOCH, LE FARSE E LE VERRUCHE

 

I principi e le regole naturali, eterne ed immutabili

 

Esistono dei principi e delle regole naturali che sono eterne ed immutabili, e che qualche mente eccelsa riesce a notare, a scoprire, ad inquadrare in uno schema logico e sintetico chiamato legge, postulato, teorema.

Questo succede in tutte le scienze esatte, siano esse matematica, geometria, fisica, chimica, biochimica o microbiologia.

Pitagora aveva una mente universale che copriva tutti i fronti, era un multi-scienziato ante-litteram.

Non a caso, illuminò il mondo intero, sia ai suoi tempi che in quelli successivi.

Riuscì a far filtrare il suo sapere attraverso i secoli e i millenni, nonostante la furibonda e demenziale persecuzione attuata nei suoi confronti dalle autorità ecclesiastiche, retroattivamente gelose della sua grandezza che metteva in secondo piano quella del loro Profeta di Nazareth.

Pitagora non era nato in una mangiatoia, al pari di Gesù, ma era pure lui stato concepito da una madre-madonna ingravidata non da un padre comune e naturale ma dallo spirito divino, almeno così voleva la leggenda.

Già questo bastava a  renderlo estremamente scomodo ed ingombrante agli occhi della chiesa.

 

Pitagora insegnò al mondo il galateo del corpo e dell’anima

 

Non ci è dato sapere se Gesù, vissuto 600 anni dopo, fosse al corrente del suo antenato Pitagora.

Possiamo solo dire che, se lo avesse conosciuto culturalmente, ne avrebbe inglobato di sicuro spirito e principi, facendone magari una religione alternativa per sé e per i suoi discepoli.

Avrebbe pure approvato integralmente  I Versi Immortali, il solo scritto pitagorico originale giunto fino a noi.

Pitagora significa, tanto per capirci, Platone, Aristotele e Socrate messi assieme.

Pitagora significa Parmenide, Ippocrate e Galeno riuniti per incanto.

Pitagora significa Orazio, Ovidio,Virgilio, Seneca e Cicerone in unica sintesi.

Pitagora vuol dire padre della naturopatia e del salutismo naturale, della filosofia, della politica, della matematica, della musica, dell’eugenetica, del femminismo.

Egli assorbì magicamente il meglio del meglio del mondo antico, e lo tramandò ai posteri.

Insegnò all’umanità intera il rigore e la precisione, la saggezza e l’educazione, il galateo del corpo e dell’anima.

 

 

Un Dio in matematica, un ingombrante vecchio per il resto

 

Oggi, tutti gli studenti del mondo, dalla California all’Iran,  dalla Svezia al Giappone, lo ricordano grazie ai suoi famosi teoremi sul triangolo rettangolo, dove  il quadrato costruito sull’ipotenusa è sempre uguale alla somma dei quadrati costruiti sui cateti.

Una verità utile ed importante che valeva ai suoi tempi e resta valida oggi, come lo sarà tra 50 mila anni.

Non c’è problema di geometria che si possa risolvere senza ricorrere a Pitagora.

Ma, se nessuno osa contestare Pitagora in termini di matematica, il Pitagora scienziato viene invece tenuto nella naftalina, o meglio ancora sotto la sabbia.

Troppe cose giuste e veraci ha detto.

Troppi insegnamenti illuminanti ha formulato.

Troppe tracce filosofiche e comportamentali di carattere etico e pratico ha lasciato, tutte contrarie e scomode, tutte in netto contrasto con quanto si sta predicando e facendo, nei nostri tempi sregolati ed intrisi di volgarità, imbrogli e materialismo.

Troppi sensi di colpa lascia all’uomo medio di oggi, per essere adottato, come meriterebbe, a simbolo universale del sapere e del sentire.

 

Chi ignora, snobba, odia Pitagora, fa altrettanto nei riguardi di Leonardo da Vinci

 

Che si tenga i suoi teoremi, che li insegni pure a tutti i nostri figli, e morta là, è stato il tacito ed univoco motto del mondo contemporaneo.

Già la chiesa lo ha messo all’indice e gli ha bruciato una ad una tutte le sue opere, tutte le sue tracce scritte, facendo un repulisti minuzioso, durato secoli, in tutte le biblioteche e in tutti i monasteri.

Avrà avuto i suoi bravi motivi, concludono gli antipitagorici, spiazzati dal suo rigore etico-scientifico e dal suo fervido amore per la natura e gli animali.

Gli stessi poi che confinano riduttivamente l’eclettico e il pitagorico Leonardo al quadro della Gioconda e ai suoi disegni tecnici di sottomarini, aerei ed elicotteri, ignorando e scartando la sua grandiosa eredità filosofico-etico-medicale.

Quel lascito che si concretizza in quelle due massime che Da Vinci amava ripetere:  Verrà giorno in cui l’uccisione di un singolo animale sarà considerata come orrendo crimine, e, per il settore igienistico, Impara non a curare la malattia, ma piuttosto a mantenere al meglio la tua salute.

 

Robert Koch: grande medico con una predisposizione per le scienze esatte e la matematica

 

Robert Koch (1843-1910), medico e batteriologo, fondatore e direttore dell’Istituto per le Medicine Infettive a Berlino, premio Nobel 1905 per la medicina, scopritore del bacillo del carbonchio 1876), di quello della tubercolosi (1882), e del vibrione del colera (1883), aveva, da bravo scienziato tedesco, una predisposizione per le scienze esatte e per la matematica.

Rimase fuori dalla polemica francese tra Antoine Béchamp e Louis Pasteur, e intervenne solo con un messaggio sintetico inviato a Pasteur, dove gli ricordava che  il terreno colturale (il corpo) è tutto e che il microbo è niente, per cui le malattie si devono combattere migliorando le condizioni corporali e rafforzando il sistema immunitario, più che scatenando furibonde guerre ai microbi e terroristiche campagne vaccinatorie.

 

 

 

 

Inquietanti similitudini tra la scomodità odierna di Koch e quella di Pitagora.

 

A Robert Koch interessava soprattutto soddisfare i  Requisiti di Henle ed i  Requisiti di Klebs, ricercatori germanici che si erano mossi prima di lui nella direzione della chiarezza e della regolamentazione del fenomeno batteri.

Gli interessava di fissare dei paletti, dei principi sicuri e delle leggi, al fine di rendere l’intera materia applicabile concretamente in campo medico.

Allo stesso modo in cui Pitagora arreca fastidio alla chiesa e a tanti altri poteri del mondo odierno, Koch non gode oggi di grosse simpatie, almeno in campo medico-farmaceutico.

Per fortuna che non venne anche lui adottato dalla medicina come simbolo ed iniziatore, al pari di Ippocrate.

Saremmo costretti ad assistere a dei doppi spergiuri in contemporanea, da parte dei neo-laureati medici.

I suoi famosi postulati sono troppo veri e troppo validi, troppo scientifici e rigorosi.

Al pari di  Primo non nuocere e di  La Natura è sovrana medicatrice dei mali, legano le mani e creano ostacoli a non finire ai tanti ricercatori da strapazzo dei tempi odierni.

 

Oggi servono mani libere e non paletti

 

Oggi si fa ricerca più per interesse e venalità che per motivazioni scientifiche.

Si fa ricerca per presentare a uno sponsor dei risultati che soddisfino le sue esigenze ed i suoi interessi particolari, e per riceverne favori, appoggi e prebende. Servono dunque mani libere e non paletti.

Serve fare giustizia sommaria e tabula rasa dei segnali, dei cartelli, dei divieti.

Poco importa se le leggi di Koch sono valide e resteranno tali per 1000 e per 10 mila anni.

I postulati di Koch rientrano infatti in quella categoria di leggi naturali di cui abbiamo parlato all’inizio, e per molti aspetti sono una specie di teorema di Pitagora in campo microbiologico.

 

I basilari requisiti di Henle e di Klebs

 

Nel 1840, Jakob Henle, docente di medicina all’università di Gottingen, formula pubblicamente l’ipotesi che le malattie infettive siano causate non da spiriti maligni ma da organismi invisibili.

Aggiunge però, giustamente, che per provare tale affermazione serve A) isolare il microbo, e B) coltivarlo fuori dal corpo umano:

Queste due esigenze vengono chiamatie i Requisiti di Henle.

Nel 1870, Edwin Klebs, dell’università di Praga, aggiunge qualcosa di importante alle posizioni di Henle, e i suoi 3 punti diventano famosi come i  Requisiti di Klebs, per cui serve: A) isolare il microbo, B) coltivarlo fuori dal corpo, C) verificare che, iniettato in animale da laboratorio, provoca lo stesso tipo di malattia.

 

I postulati di Koch e la piastra di Petri

 

Tra il 1876 e il 1878, Koch passando dalle parole ai fatti,  fu il primo a soddisfare i  Requisiti di Klebs, e pubblicò le sue nuove regole, chiamate  i  Postulati di Koch:

 

1° Postulato: Il microbo deve essere trovato in tutti i pazienti affetti dalla stessa malattia.

2° Postulato: Il microbo deve poter essere isolato dal suo ospite e coltivato in coltura esterna  

     incontaminata (vedi piastra di Petri, medico italiano collega di Koch, che perfezionò tale metodica).

3° Postulato: Il microbo deve riprodurre la malattia originale quando viene inoculato in un ospite

    suscettibile.

 

Leggi precise che mandano a soqquadro tutte le fandonie virologico-pestilenziali dei giorni nostri

 

A quei tempi non si conoscevano ancora i virus, e gli standard di Koch vennero formulati avendo in testa i batteri.

Ma il metodo vale ancora di più per i virus, i quali sono parassiti, o veleni, o meglio ancora detriti cellulari interni, in ogni caso non viventi e con nessuna flessibilità di comportamento, mentre i batteri, essendo organismi vivi, possono rilasciare tossine o adattarsi a mutazioni ambientali.

Sono questi postulati, assieme ad altre precisi principi della microbiologia, che vanno dritti al cuore del problema, mandando a soqquadro tutte le fandonie e tutti gli imbrogli virologico-pestilenziali dei giorni nostri, ed in particolare quelli riguardanti l’Aids maschile (generato da un virus Hiv mai nemmeno isolato), e il nuovo preteso Aids femminile o Papilloma virus (generato da centinaia di diversi virus, alcuni dei quali isolati, ma innocui e innocenti, ed esistenti comunque dai tempi di Adamo ed Eva).

 

Le incongruenze insanabili di un virus mai isolato e di una malattia mai esistita

 

Nessuna traccia del virus Hiv (human immunodeficiency virus) esiste nel sarcoma di Kaposi, né in tutte le altre circostanze indicate come causatrici di Aids.

Se l’Hiv infettasse attivamente i linfociti T o altri componenti del sistema immunitario, come pretendono Gallo e Montagnier, dovrebbe succedere che i virioni (particelle virali cellulari) dovrebbero trovarsi con estrema facilità in circolazione nel sangue, come succede in tutte le malattie virali classiche.

Un paziente sofferente di epatite B rivela ad esempio 10 milioni di particelle virali in 1 ml di sangue (5-10 gocce). Un altro affetto da influenza presenta 1 milione di particelle di rinovirus per 1 ml di muco nasale.

Le feci di una persona colpita da diarrea manifestano da 1 a 100 miliardi di rotavirus per grammo.

Ma, stranamente, nel corpo dei malati di presunto Aids non si trovano particelle virali.

L’abbondanza di linfociti T in tutti i presunti malati Aids è poi l’argomento decisivo ed incontrovertibile che manda a casa, coda tra le gambe, tutti gli infettologi.

L’assenza di un virus attivo ed infettivo scagiona l’ipotetico Hiv (che nessuno ha ancora mai isolato, occorre dirlo e ripeterlo) come responsabile della sindrome etichettata Aids.

 

Il vero tallone d’Achille della buffonata Aids

 

L’assoluta incapacità dell’Hiv di uccidere i linfociti T, anche in condizioni ottimali di contagio, è il vero tallone d’Achille della buffonata Aids.

Il fatto poi che milioni di persone abbiano contratto un’immunodeficienza alla nascita, eppure siano poi diventati adulti sani, rappresenta un altro significativo argomento contro l’ipotesi Hiv/Aids.

Da qualsiasi angolo la si consideri, l’ipotesi Hiv/Aids fa acqua da tutte le parti.

Non regge sui fatti e non regge nelle teorie.

Ed è proprio per questo che la virologia scientifica americana, in blocco (700 e oltre ricercatori), è d’accordo con Peter Duesberg.

Anche i discorsi sui virus lenti, sui virus latenti, sui retrovirus, si sgonfiano uno ad uno come bolle di sapone.

Non esistono precedenti di retrovirus che uccidono le cellule, e non esistono leggi diverse da quelle di Koch per incolpare un virus di una determinata malattia.

Gli stessi sostenitori dell’Hiv/Aids ammettono che la loro è solo un’ipotesi non dimostrata.

Quello che invece non ammettono è che si tratti pure di un’indegna montatura.

 

 

I  due criteri epidemiologici delle patologie infettive

 

A completamento e integrazione dei postulati di Koch, esistono due basilari criteri adottati dall’infettologia per determinare se una malattia può essere o non essere considerata infettiva:

 

1°  Criterio: Maschi e femmine devono essere colpiti in equale misura dal batterio o dal virus, perché nessun

      microrganismo al mondo ha mai prediletto un sesso dall’altro.

      Ma l’Aids colpisce al 90% i maschi, perché evidentemente bevono di più, si drogano di più, straviziano  

      di più, dormono di meno. L’Aids non può assolutamente essere infettivo. Questo è l’aspetto più

      paradossale e grottesco della situazione. Tutta la farsa Aids fabbricata commercialmente sulla

      infettività, e si arriva invece al patatrac finale dove l’Aids primo non esiste e, secondo, ammesso e non 

      concesso che esista, non è nemmeno contagioso.

2°  Criterio (legge di Farr): Le malattie infettive si diffondono sempre a ritmo esponenziale, e mai

      in modo lento.

      Ma le sindromi definite Aids rassomigliano al contrario alle lente progressioni del cancro polmonare e

      dell’enfisema, che aumentano a ritmo blando negli anni, in sintonia col consumo di tabacco.

 

La virologia dalla polvere all’altare

 

Agli inizi degli anni 80, la virologia avvizziva e penava per mancanza di interesse da parte del pubblico.

La gente perdeva fiducia nell’inconcludente guerra nixoniana contro il cancro.

Ma l’Aids ribaltò miracolosamente la situazione, facendo all’improvviso della virologia la branca di ricerca più affascinante e remunerativa, scrive Peter Duesberg nel suo best-seller  Il Virus Inventato.

Per incolpare l’Hiv della sindrome Aids, i virologi furono però costretti a fare salti mortali, a utilizzare tutti gli stratagemmi e i paradossi possibili ed immaginabili.

Chiunque osasse mettersi di traverso e fare un’obiezione veniva bollato come bastian contrario.

Più una persona è famosa, e più si ritiene che essa sia colta nel suo campo.

Le star internazionali Gallo e Montagnier risposero alla perfezione a questa forma di divismo scientifico.

 

Una teoria premiata col Nobel, ma incapace di reggersi in piedi

 

E asserirono al mondo intero che  l’Hiv è un nuovo agente patogeno causatore della nuova malattia Aids.

Ma tale affermazione non stava e non sta in piedi perché:

  • 1) L’Aids non è una nuova e singola malattia, ma eventualmente una collezione di 30 o più vecchie ignote malattie (tanto che né Gallo, né Montagnier, sono in grado di spiegare la definizione esatta di Aids).
  • 2) L’Hiv non è un nuovo agente patogeno. Secondo la legge di Farr, un virus è nuovo solo se la percentuale di persone infettate aumenta od esplode nel tempo.

La pretesa che l’Hiv sia nuovo è ingenua come quella di  un astronomo che pretende di definire nuova una stella sconosciuta, solo perché è diventata visibile grazie al suo più potente telescopio.

  • 3) L’Aids non è un’epidemia virale-infettiva, come pretendono Gallo e Montagnier.

Essa non risponde a nessuno dei due criteri infettivi sopra citati, e ancora meno ai Postulati di Koch.

  • 4) Ammesso che si trattasse poi di retrovirus, sappiamo che le centinaia di retrovirus noti non sono

altro che innocenti virus di transito che nulla causano. Ci si aspetterebbe che le  massime autorità del settore, il Gallo e il Nobel Montagnier, spiegassero con chiarezza perché ritengono il loro presunto Hiv fatalmente patogeno. Ma la loro risposta Crediamo che l’Hiv sia patogeno, è classificabile tra le comiche della televisione, non certo come argomento da uomini di scienza.

 

L’infondatezza e le scappatoie

 

I sostenitori dell’ipotesi Hiv-Aids non sono disposti ad accettare nessuna prova contraria, perché sanno di godere di avere le spalle abbondantemente coperte, dalla sanità, dalla politica, dalle industrie.

Ricorrono così in modo sistematico a una gamma di scuse, di scappatoie, basate sull’ignoto, sulla congettura, su criteri di autorevolezza, su appelli alla responsabilità.

Se nell’organismo la quantità di Hiv (cioè di linfociti T morti, o messi fuori combattimento) è scarsa o nulla, ipotizzano l’esistenza di fantasiosi serbatoi alternativi di virus nascosti, e di speciali vie aggiuntive di infezione.

Se nel corpo si trovano solo anticorpi anti-Hiv (che sconfessano già di per sé la loro teoria), li chiamano anticorpi inefficaci o non-neutralizzanti.

Se il virus non fa ammalare gli animali da laboratorio (iniettati dal materiale virale supposto Hiv), sostengono che il virus riesce, non si sa come, a distinguere tra uomo e scimpanzé (che è poi pressappoco come distinguere tra maschio e femmina).

 

Diverse malattie esautoranti tossico-cibarie-comportamentali, etichettate e trasformate in una peste di comodo

 

La realtà è che l’Aids non è una sola malattia ma tante, tutte sfibranti e nessuna contagiosa.

Tutte di carattere tossicologico, derivanti cioè da cibi sbagliati e stili di vita sbagliati, non da virus e da contatti sessuali.

Vale a dire che esistono al mondo molte malattie di carattere tossico-cibario-comportamentale  che portano la gente ad autodistruggere il proprio sistema immunitario e a prestare il fianco ad altre malattie opportunistiche subentranti.

Trattasi di malattie esautoranti ed autodistruggenti contro le quali nulla si può fare se non cambiare urgentemente rotta, ammesso che ciò non sia già troppo tardi.

Gli si possono dare 50 etichette diverse, ed associare 50 virus diversi, senza che il risultato cambi.

Nel caso dell’Aids, i suoi inventori hanno voluto farne un caso mondiale, dargli un nome, affibbiargli un virus inesistente, renderlo contagioso, guadagnarci un oceano di soldi.

La realtà è che la ricerca del sapere e della verità logica, la scienza che si propone di rispondere agli interrogativi, sono state soppiantate dal carrierismo, dalla fame enorme di danaro, dalla sicurezza del posto di lavoro, dalle sovvenzioni statali, dai benefici finanziari, dal prestigio dei premi e dei riconoscimenti posticci.

 

La nozione Lwoff di virus latente

 

André Lwoff iniziò la sua carriera all’Istituto Pasteur negli anni 20, dove apprese della supposta esistenza di alcuni virus latenti che apparentemente si addormentano all’interno della cellula per scoppiare dopo qualche tempo indeterminato, liberando il virus riattivato.

Diventò il suo chiodo fisso per la vita.

Nel 1953 ritroviamo Lwoff sostenere a spada tratta che il cancro era conseguenza della riattivazione di virus latenti.

La sua ipotesi trovò subito credito presso gli oncovirologi.

Ma la teoria del legame tra virus e cancro si scontrò contro un problema fondamentale.

Non si riusciva a isolare nell’uomo alcun virus tumorale, per cui il primo postulato di Koch non veniva rispettato.

 

Le incredibili licenze di un cadavere di nome virus

 

La caccia al virus era in pieno fervore e nessun ricercatore voleva rinunciare alla possibilità di trovare il virus cancerogeno, e vincere l’ambito trofeo della sua carriera.

Ecco allora che i biologi superarono d’un colpo sia la logica e il buon senso, ed anche il paradosso di Lwoff, inventando una nuova incredibile ipotesi, secondo cui i virus potevano provocare tumori molto tempo dopo l’infezione, mentre erano ancora latenti.

Col nuovo paradigma, i postulati di Koch e tutte le altre regole si disintegravano come per incanto.

Ora, un qualunque virus, pur essendo un cadavere, un detrito, un microrganismo privo di vita, poteva addirittura fare miracoli.

Poteva infettare un nuovo ospite un giorno, poteva andare in letargo o trasferirsi in vacanza-premio a suo piacere per mesi e anni, e poi provocare un cancro mortale senza nemmeno essere più presente nel paziente.

Se questo non è medioevo e superstizione, ci si dica cosa è.

 

Il ricorso all’artifizio del  cofattore

 

Quando non si riesce a dimostrare la responsabilità del virus, si ricorre a una nuova invenzione e a un nuovo artifizio, chiamato  cofattore.

A questo punto, i virologi vorrebbero far credere che un cancro non ha più bisogno di una infezione virale, ma addirittura di due infezioni separate.

Se poi queste due non bastano, e ci sono altre discrepanze da giustificare, poco male.

Si inventano altri cofattori aggiuntivi e il gioco è fatto.

 

Gli oncovirologi e il terrorismo medico

 

Nel 1969, Robert Huebner pubblicò un articolo-chiave che andava oltre l’ipotesi di Lwoff, dove sosteneva che tutti i tipi di tumori umani erano causati da virus latenti che si risvegliavano causando il cancro non appena radiazioni o altri cofattori pericolosi attaccavano l’organismo.

Una vera crociata a favore dell’oncovirologia, a cui si unì pure il premio Nobel James Watson.

Addebitando il tumore a dei virus, gli oncovirologi riuscirono ad accaparrarsi l’interesse del pubblico attraverso una diffusa campagna basata sulla paura più nera.

L’11 maggio 1990, il  Los Angeles Times Magazine  pubblicava una grande foto a colori di una giovane coppia dall’aria spaventata, a fianco di un titolo particolarmente sinistro:  Relazioni Pericolose.

Si leggeva tra l’altro:

Patty e Victor Vurpillar sono affetti da un ceppo dell’Hpv (papilloma virus umano), il virus che si nasconde dietro una delle malattie a trasmissione sessuale più diffuse del paese, e che sta diventando il principale indiziato del cancro della cervice.

Quel che è peggio, è che alcune persone stanno diffondendo il virus senza nemmeno saperlo.

Un autentico bombardamento terroristico, privo di motivi se non quello solito di spillare quattrici alla gente.

 

Storia delle ultime pestilenze chiamate Hv (herpes virus) e  Hpv (human papilloma virus)

 

I microbiologi cominciarono a studiare il cancro della cervice ancora nel XIX secolo, quando un medico italiano riscontrò che questo tipo di tumore colpiva più facilmente le donne sposate che le monache.

Una varietà di microbi fu ritenuta responsabile della malattia, compresi i batteri della sifilide e della gonorrea, i micoplasmi, le clamidie e il triconomas che è un protozoo.

I virologi entrarono in campo negli anni 60, subito dopo che il virus di Epstein-Barr era stato isolato e ritenuto (a torto) responsabile del linfoma di Burkitt (che in realtà si rivelò essere, come al solito, malattia tossicologica e non virale-infettiva).

Nel 1966 i virologi giocarono di nuovo sporco, rispolverando l’asserzione che le pazienti con cancro della cervice tendevano ad aver avutro più rapporti sessuali rispetto a quelle meno attive sessualmente.

In più, un laboratorio gettò ad arte benzina nel fuoco, riferendo che le pazienti cancerogene avevano avuto in precedenza un’infezione da herpes.

Questo era un boccone troppo ghiotto per lasciarselo sfuggire.

 

La carta fasulla dell’herpes tipo II

 

In due anni riuscirono a distinguere due tipi di herpes, il tipo I (più comune, intorno alla bocca) e il tipo II (infezione ai genitali, cervice compresa).

E quest’ultimo diventò per anni il bersaglio preferito, come presunto responsabile del cancro.

Ma anche qui si dovettero fabbricare nuove ipotesi assurde e fantasmagoriche.

Secondo questa teoria, il virus prima infettava e uccideva milioni di cellule, ma ogni tanto faceva cilecca e si mescolava con delle cellule diventando impotente. Le balle e le bufale vennero ben presto a galla.

L’85% degli americani adulti sono infettati dal virus herpes II in modo spesso asintomatico, compreso donne prive di alcun segno di cancro al collo dell’utero.

Molte donne poi, affette dal tumore alla cervice, non erano addirittura mai state infettate dal virus herpes II.

Cose da chiodi.

 

Con le loro ipotesi demenziali i virologi-infettologi diventarono lo zimbello della comunità scientifica

 

Nel 1983, i virologi-infettologi disperati ma mai disposti a mollare l’osso, proposero una nuova trovata da Carnevale.

Sostennero l’ipotesi di  toccata e fuga, per cui l’herpes virus infetterebbe brevemente le cellule della cervice delle donne ignare, provocando qualche misterioso cambiamento.

Questa idea peregrina minacciava di rendere i virologi lo zimbello della comunità scientifica.

Come si potevano mai fare delle sperimentazioni e delle teorie per dimostrare un evento ipotetico che non lasciava traccia?

Eppure questa ipotesi demenziale sopravvisse in medicina fino agli anni 90.

 

L’arrivo dell’ultima brillante trovata: quella del papilloma virus

 

Nel 1977, un virologo tedesco, Harald zur Hausen, che lavorava al centro di ricerche sul cancro di Heidelberg, propose un altro virus come agente responsabile del cancro alla cervice.

Si trattava dell’Hpv (human papilloma virus), un virus non aggressivo che causa delle innocue verruche.

Tant’è vero che le prove a favore di questa ipotesi Hpv sono tutte regolarmente fallite e naufragate.

Infatti, non appena Harold zur Hausen e i suoi colleghi si accorsero che:

 

A) Metà delle donne americane era regolarmente portatrice del virus Hpv

B) Solo l’1% della popolazione femminile portatrice Hpv sviluppava poi il cancro

C) Un terzo di quell’1% non era comunque mai stato infettato dal virus Hpv,

 

conclusero giustamente di aver seguito una pista sbagliata e, da scienziati onesti, cestinarono il tutto.

 

C’è anche chi è bravo a pescare nei cestini e tra i rifiuti, e a rilanciare il tutto in grande stile

 

Ma il mondo è fatto di persone per bene ed anche di filibustieri.

Perché mai buttare via tutte quelle ricerche, quelle ipotesi, quelle buone occasioni per fare denaro sulle spalle della povera gente, sulle spalle delle donne, sulle costole di Eva?

Abbiamo perseguitato i maschi, e raggranellato enormi capitali sull’Aids maschile, perché non fare lo stesso tiro mancino alle donne, e trasformare l’Hpv in un nuovo planetario Aids femminile?

Questo si devono essere dette certe industrie farmaceutiche.

Il virus Hpv provoca papillomi o verruche, ovvero piccole escrescenze anomale e non maligne di cellule che possono comparire e scomparire spontaneamente nel giro di una settimana.

A patto che non venga messo in crisi dal fumo e dal caffè, dai cibi sbagliati e da stili di vita assurdi, da pensieri e atteggiamenti negativi, il sistema immunitario riconosce le proteine virali e fa piazza pulita con estrema facilità sia delle verruche che dei virus che le hanno provocate.

 

Il cancro della cervice non è contagioso ed ha motivazioni tossicologiche

 

Le spiegazioni più plausibili dei rari casi di cancro della cervice rimangono quelle del cattivo invecchiamento (cibi e stili sbagliati prolungati nel tempo), del fumo, dell’uso continuo di contraccettivi.

In ogni caso, il cancro della cervice non è contagioso per nessuno, essendo una situazione personale e irripetibile riguardante esclusivamente la paziente che se lo è fabbricato.

Chiaro poi che i cacciatori di virus, al soldo di ben specificate industrie del farmaco e del vaccino, continuano a propagandare l’ipotesi virale.

Per cercare di risolvere i tanti paradossi e i tanti vuoti logici, i virologi, quanto mai corrotti e in malafede, hanno persino riportato in auge il virus herpes Simplex II, come cofattore Hpv, fingendo di ignorare che in matematica zero più zero fa ancora zero, per cui due cofattori assurdi non producono un fattore concreto.

Eppure, la  Diogene Diagnostics, una ditta di biotecnologie del Maryland, ha ottenuto l’appoggio e i fondi del governo federale per il suo test del papilloma virus.

Molti altri laboratori di ricerca, sulla scia di questo fatto, hanno bussato ai finanziamenti del Nhi, per cui la frode prosegue e va avanti in tutto il mondo.

 

La beffarda teoria del papillovirus: terrorismo puro al servizio della donna.

Tutti parlano ormai la lingua della pestilenza e del lazzaretto.

 

Gli scagnozzi delle industrie farmaceutiche stanno convertendo mezzo mondo alla loro beffarda teoria Papillovirus.

Hanno oliato per bene governi, stati e sanità.

Si sono comprati giornali, riviste e canali televisivi.

Tutti parlano ormai la loro lingua, la lingua della pestilenza e del lazzaretto.

Terrorismo puro al servizio della donna.

Stanno arringando la popolazione femminile, invitandola a fare sonni tranquilli, a non aver paura di niente.

Basterà solo far vaccinare bambine e adolescenti, per ora dai 10 anni in poi, ma più avanti forse già dalla culla.

 

 

Decine di vaccini pronti e altri centinaia in cantiere

 

Loro hanno già pronti  20-30 vaccini per i diversi tipi di Hpv appena individuati, ma ne stanno già preparando un altro centinaio.

Anche perché il virus Hpv consta di un’infinità di varianti, per cui la copertura totale, la protezione globale dalle infezioni, si realizzerà mediante non una o due vaccinazioni/anno, ma con qualche decina di esse.

Fuori e dentro gli ambulatori, con grande soddisfazione dei  Nuovi Monatti, i quali, udite udite, amano spacciarsi per benefattori dell’umanità e, sulle orme di Luc Montagnier, sono puire in corsa per il Nobel.

La motivazione ufficiale sarà  Per i loro grandi meriti e le loro benemerenze, per la difesa dell’amore e della vita, della serenità di bambine, donne e controparti maschili.

 

Come difendersi dai monatti e dagli untori del Terzo Millennio

 

I test diagnostici e le vaccinazioni non sono solo interventi inutili, superflui, assurdi, seccanti (a meno che qualcuna non ami stare più negli ambulatori che a casa o distesa sull’arenile a prendersi il sole), ma possono pure avere drammatiche conseguenze.

Come difendersi dunque dai monatti e dagli untori del Terzo Millennio?

Molto semplice.

State tutte felici, pimpanti e tranquille, verruche o non verruche, e migliorate le vostre conoscenze sulla salute, studiando di più, andando più di frequente a spasso per campi e i boschi, a respirare aria pura e a raccogliere erbe selvatiche.

Meglio se in buona compagnia dell’amico o del fidanzato (per le maggiorenni), del marito o dell’amante (per le sposate), delle sorelle o delle amiche (per le monache), frequentando più il fruttivendolo che la macelleria e la formaggeria,  lasciando le farmacie e gli ambulatori per le rarissime emergenze, o meglio ancora per il 32 dicembre e per il 30 febbraio di ogni anno.

 

Non date retta ai persecutori e riscoprite la grandezza di Florence Nightingale

 

Fate una bella pernacchia a tutti i rivoltanti agenti della paura.

Non date retta alla coalizione del maschilismo farmaco-vaccino-terrorista.

Riscoprite il maggior medico della storia, la magnifica dottoressa inglese Florence Nightingale, ed imparate a memoria il suo prezioso insegnamento.

Non fatevi condizionare ed accalappiare da chi vuole trasformarvi da sexy e procaci creature, o comunque da simpatiche compagne e controparti del maschio, in orribili esche rivoltanti, in trappole infernali, in esseri dai seni tagliati e siliconati, in depositi viventi di verruche, di herpes e di papillomi.

Non siate arrendevoli.

Ribellatevi a questa colossale ed epocale macchinazione persecutoria nei vostri confronti.

 

Valdo Vaccaro

Direzione Tecnica AVA-Roma (Associazione Vegetariana Animalista)

Direzione Tecnica ABIN-Bergamo (Associazione Bergamasca Igiene Naturale)

 

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