QUANDO ANCHE I BRAVI BUDDHISTI SGARRANO

 

La pigrizia dell’uomo

 

A nessuno piace il catastrofismo.

Le ipotesi estreme danno sempre un grosso fastidio.

Nessuno ama pure i cosiddetti out-out. Che hanno il sapore di autentici ricatti, da qualunque parte essi provengano.

Ed è per questo che i ricami ripetuti di medici responsabili, di artisti famosi, di scienziati del calibro di Pitagora, di Leonardo da Vinci, di Einstein, vengono spesso giudicati negativamente, vengono evitati e glissati, vengono aggirati con furbizia e noncuranza, quasi fossero ossessioni di gente dalla sensibilità troppo esagerata, e non invece precise indicazioni scientifiche, puntuali ammonimenti prescelti e ispirati dal costruttore dell’universo affinché arrivino alla gente.

L’uomo ama sprofondare nelle sue solite cose, nelle abitudini e nelle pigrizie di ogni giorno, nella continuazione pura e semplice del suo tran-tran quotidiano, delle cose che già sta facendo e di quelle che sta già pensando.

E’ già armato di una sua filosofia spicciola della sopravvivenza, di sue convinzioni sulle quali non è disposto a transigere, di sue esigenze corporali che parlano apparentemente chiaro, di regole che non si debbono nemmeno discutere, poco importa se il suo pacchetto mentale-filosofico-nutrizionistico è lontano mille miglia da quello che dovrebbe veramente essere.

Eppure sono in molti oggi, soprattutto tra gli scienziati, ad ammonire l’umanità che stiamo andando verso una brutta china.

I segnali negativi sono molti, e riguardano l’ambiente, coi ghiacci polari in scioglimento, coi cambiamenti climatici abnormi, con tsunami più che mai distruttivi, con l’insufficienza delle risorse, con la violenza tra gli stati, le religioni  e le genti, che a fatica si riesce a contenere, con la crudeltà infinita che viene tuttora riservata agli animali in ogni punto della Terra.

Non sarà forse che, in assenza di immediati e radicali correttivi, ci stiamo avviando verso la fine dell’esperienza umana sulla terra?

Non sarà che siamo vicini o a una nuova era segnata da rivoluzionari cambiamenti correttivi nel vivere umano, o a quella famosa fine del mondo, che pure diverse religioni da tempo predicono?

 

Il caso significativo di Danny Chong

 

Tutte queste considerazioni, improntate piuttosto al fatalismo e al pessimismo sull’umanità in genere, non sono per niente applicabili a Danny Chong, imprenditore commerciale singaporiano, di rara precisione  mentale ed organizzativa, e dotato pure di sani principi filosofici.

Egli può al contrario essere considerato una specie insolita di uomo al di sopra della media, uno di quelli che Diogene andava in giro a cercare con la lampada accesa in pieno giorno.

Ha una famiglia che lo ama e lo stima.

Ha un team di collaboratrici e collaboratori affidabili ed affezionati che fanno con impegno, razionalità, dedizione ed efficienza il proprio dovere.

E’ pure sorretto, in modo non fanatico, da una fede religiosa valida come il Buddhismo, dalla quale trae in continuazione motivi e spunti per la sua vita quotidiana.

La sua è una organizzazione tecnico-commerciale prestigiosa ed invidiabile, di cui va giustamente fiero, e che è lo specchio esatto della sua personalità ricca, posata, misurata, attiva ed aggressiva al punto giusto, senza eccesso ed esagerazione.

Confluiscono in lui la saggezza e il self-control, la gentilezza e la misura che derivano dalle filosofie orientali, ma anche la mentalità tecnico-scientifica ed organizzativa derivanti dal lavorare a lungo e a stretto contatto di gomito con ditte tedesche e giapponesi,

E’ infatti riuscito nel corso di un quarto di secolo a concretizzare il suo sogno e il suo progetto di impiantare una azienda apprezzata e stimata sia dai suoi fornitori odierni (italiani e giapponesi) che dai suoi clienti, che comprano da lui ad occhi chiusi tutti i prodotti tecnici (varia utensileria per uso industriale e per l’imprenditoria) che egli propone.

Non una parola negativa nei suoi confronti persino dai concorrenti che, pur temendolo, lo stimano e lo ammirano.

La sua ditta è davvero esemplare.

 

Più che una azienda, una perla commerciale

 

Un fabbricato a quattro piani non lontano dal Changi Airport, nell’area commerciale che si trova peraltro ai confini di Geylang, il più famoso distretto a luci  rosse di Singapore, dove sono confluite da anni tutte le attività lussuriose-notturne che nei tempi andati stavano nell’ormai mitica Bugis Street.

Questa Geylang è pure dotata di fama negativa da parte di puristi e schizzinosi, da parte ovvia delle famiglie e delle ragazze per bene, timorose di recarvisi da sole la notte e di essere scambiate per lucciole, rimane ugualmente zona pulsante di vita e di umanità varia e verace, nel bene e nel male.

E confortata però da totale assenza di piccola criminalità, come del resto l’intera città-stato singaporiana, nonché, dettaglio non da poco, dai migliori stand di durian e di frutta tropicale della piccola repubblica asiatica.

Al primo piano l’officina meccanica di assistenza e ricambi urgenti, nonché il reparto spedizioni.

Al secondo, lo stock generale di utensili e di parti di ricambio per gli stessi.

Al terzo piano gli uffici ravvicinati, ma razionali ed efficienti, dove ogni dipendente e ogni visitatore lascia le scarpe all’ingresso e indossa le pantofole interne della casa.

Non manca una saletta riunioni, ad uso parlatorio, relax e festeggiamenti, con le pareti tappezzate da foto importanti, da massime filosofiche di vita e di lavoro.

La componente umana consiste di una decina di ragazze di bella presenza, di provata efficienza e personalità, tutte con compiti precisi da assolvere.

Niente di iperbolico e sprecato, ma tutto in ordine meticoloso e rispondente alle esigenze di una piccola azienda che sa fare grandi cose a livello internazionale, di una autentica perla del settore.

Il business esterno viene condotto dal titolare in persona, coadiuvato da un brillante giovane collaboratore di nome Jeremy e da una promotrice commerciale di nome Irene, eccellente nella grazia, nei modi, nei risultati.

 

 

Presenti a tutte le fiere che contano, stanno in costante movimento non solo a Singapore, ma anche in Malaysia ed Indonesia, dove hanno diversi sub-distributori e clienti.

Al quarto piano, c’è un’autentica piccola serra tropicale all’aperto, ovvero un ampio terrazzo ricoperto da piante e fiori di ogni tipo, di bonsai e curiosità floricole da ogni regione del mondo.

Un hobby che il titolare ha da sempre curato, a conferma della sua gentilezza d’animo, e che non ha mai voluto disgiungere dalla sua attività lavorativa  basata invece su articoli della meccanica, utili e ottimi sotto ogni punto di vista, ma pur sempre oggetti metallici da contrastare con la vitalità, il colore, il profumo intenso delle sue camelie e delle sue orchidee.

 

Danny Chong, prototipo di persona asiatica aperta e lungimirante

 

Ti accorgi subito fin dal primo momento di trovarti di fronte a un uomo speciale, equilibrato, misurato, che emana il fascino di una persona profondamente motivata e felice, sicura di sé, lungimirante, appagata ma tuttora piena di ambizioni e di aperture.

Perché dunque prendere il caso di Danny, persona esemplare e quasi perfetta, in questo ragionamento angosciante sull’inizio di un nuovo mondo o sulla fine di tutto?

Abbiamo prescelto Danny proprio perché prototipo di persona indipendente e aperta, disposta ad ascoltare, a soppesare, a ragionare senza pregiudizi, ovvero di persona non appartenente alla maggioranza, al branco di pecore che obbediscono a qualsiasi comando o tendenza evitando di usare il proprio cervello, preferendo non porsi assolutamente alcun interrogativo e alcun problema, all’insegna del  lo fa lui e lo faccio anch’io.

In effetti, questo ragionamento nasce da una domanda che lo stesso Danny si è posto sul domani di una Terra super-affollata, super-sfruttata, e sottoposta a continui attacchi ambientali che portano a calamità naturali incontrollabili, a preoccupanti variazioni di clima che in passato erano molto più attenuate e ragionevoli.

 

Quando persino la migliore religione non basta

 

Danny, dicevamo, è buddhista convinto, non fanatico e ottuso, ma discreto e tollerante, come del resto la maggioranza degli orientali in fatto di religiosità.

E quando gli si dice che il corpo umano è per disegno, funzioni, ruolo e intendimento divino, il corpo di una creatura fruttariana-vegetariana, non fa una piega, è convinto al cento per cento che sia così.

Non è che dica  Sono d’accordo per concederti fiducia o per farti un piacere, e magari dentro di sé mandarti a quel paese.

Però, proprio in funzione della sua tolleranza buddhista, o meglio del suo concetto personale di tolleranza, del resto estremamente diffuso in tutto il continente asiatico, accetta in modo bonario e acritico quello che il mondo esterno gli propone e gli mette a disposizione.

Il suo concetto, poi, non è estraneo affatto allo stesso mondo occidentale.

Quello che c’è, quello che esiste al mondo, esiste perché così vuole il destino e perché non possiamo farci niente.

In altre parole, l’uomo tende a prefabbricarsi un vero e proprio alibi per giustificare la sua pigrizia mentale ed operativa.

So che le cose vanno malissimo, ma non posso farci niente, e dunque non faccio niente.

Una specie di fatalismo buddhista che invita a rilassarsi e a lasciare le cose come stanno.

Anche perché modificare, resistere, opporsi, contrastare, sono tutte azioni implicanti qualche forma di violenza, qualcosa cioé che non fa parte del suo bagaglio mentale.

 

 

 

L’arrendevolezza e le paure dell’uomo buddhista

 

Preciso, metodico, impetuoso quando serve, attivo e proponente nel lavoro e nella vita, ma approssimativo e arrendevole nelle sue scelte comportamentali, nutrizionali, filosofiche.

Per lui Buddhismo vuol dire qualche meditazione e qualche preghiera quotidiana, e una impostazione esistenziale il più possibile rilassata e indolore, per sé e per chi gli sta appresso in famiglia, nel business, nella società.

E’ pure timoroso nei riguardi della malattia, variante incontrollabile e minacciosa dei suoi equilibri emozionali e fisiologici.

Specie del cancro, che già gli ha portato via suo padre, un fratello minore e due zii.

Giusto o sbagliato che sia, glielo hanno insegnato certi medici, che alcune malattie importanti arrivano in ogni caso, indipendentemente da quello che fai, per pure motivazioni genetiche.

E, dati i precedenti in famiglia, si sottopone a regolari e periodici controlli, a dolorose colon-scopie, a esami vari dove la medicina avanzata e modernissima di Singapore si distingue come tra le migliori del mondo.

Lo fa in modo convinto, anche se sa benissimo che tali esami gli causano notevoli tensioni e stress, danni precisi e circostanziati.

Ha pure acquisito il concetto che la carne e il pesce non sono l’ideale per la salute, e ha incrementato di molto il consumo di frutta e verdura, soprattutto da un anno a questa parte, ovvero da quando ci siamo conosciuti per motivi di lavoro, da quando lo ho sorpreso rifiutando gli inviti a cena ed accettando con entusiasmo le scorribande lungo le bancarelle di vendita del durian.

 

Quando arriva il  craving, il morso della fame, lo stomaco che rode e reclama sostanza proteica.

Una persona intelligente e tutta d’un pezzo, eppure drogata e proteo-dipendente.

 

Eppure Danny, nonostante tutto quanto appena detto, non riesce a liberarsi del tutto della carne e del pesce perché, quando gli arriva il  craving, ovvero il morso irresistibile della fame, quando il suo stomaco rode e reclama fortemente la sostanza proteica, non c’è frutta e verdura al mondo capace di soddisfarlo.

Non c’è verso di proteggerlo dal vero e proprio ricatto fisiologico della parte medio-bassa del suo corpo, che finisce per fare a pugni col suo cervello e con le sue stesse idee.

D’altra parte, il suo organismo funziona in questo modo da quando egli era bambino, perché, Buddha o non Buddha, il pesce, il granchio, il calamaro, il pollo e il maiale, e negli ultimi anni a volte pure la bistecca di manzo australiano, hanno continuato a fare parte della sua dieta.

Non si rende conto e non sospetta il Danny che, al pari della stragrande maggioranza buddhista e non-buddhista, al pari della popolazione mondiale in genere, lui, pure così equilibrato e attento, pur così positivo e responsabile, pur così tutto di un pezzo, è un vero drogato, una persona proteo-dipendente.

Drogata e dopata non da caffè o tè, da coca cola e zuccheri morti, da alcol e da integratori, o dal micidiale fumo di sigaretta o di sigaro, come ce ne sono a bizzeffe in ogni punto del globo.

Drogata e dopata nemmeno da anfetamine, cocaina, oppio, hashish, o sostanze allucinogene, per le quali esiste tra l’altro la pena di morte in tutti i paesi del Sud-Est Asiatico.

Drogatissima tuttavia da uso prolungato e regolare di una sostanza ufficialmente accettata, prescritta, raccomandata, esaltata, pubblicizzata, benedetta e standardizzata, di una sostanza persino imposta all’interno delle famiglie, delle comunità, delle mense, degli ambulatori e degli ospedali.

 

Drogatissima da una sostanza estranea e proibita per il suo organismo umano fruttariano-vegetariano,

ormai abituato ad essa e quindi dipendente da essa, ma pur sempre incapace di utilizzarla e metabolizzarla.

Non si rende conto Danny di essere drogato dalla carne.

Egli pensa che quel  craving, quella voglia  pazza e incontrollabile di proteina, sia la voce verace di Dio, il segno tangibile della sua natura di vegetariano adattato e conformato all’alto-proteico di origine animale,

il simbolo di una cosa normale, giusta e inevitabile.

Non pensa affatto, come dovrebbe, che quel vuoto allo stomaco è segno di semplice fame di vero cibo energetico naturale e fruttariano, accompagnata ed aggravata però nel suo caso specifico da una fame chimica e psicologica in più di proteina animale, segno preciso della sua malattia e del suo quadro patologico di drogato.

 

L’obbedienza ai richiami degenerati e il tradimento degli ideali

 

E così egli, in trasgressione e tradimento dei suoi stessi ideali, delle sue stesse genuine esigenze psico-fisiche prese nell’assieme, obbedisce ai richiami scellerati e dopati di materiale velenoso-carneo.

Richiami che gli arriveranno da uno stomaco non certo divenuto carnivoro ma, questo sì, ormai prono ed allenato all’errore metodico e ripetuto.

Richiami derivanti da un organismo compromesso e allineato agli sbalzi di uricemia, al perfido gioco alternato di putrefazioni e fermentazioni accavallate.

Richiami causati dalla ritmica e quotidiana proliferazione dei linfociti nel sangue, che il suo sistema immunitario è costretto costosamente e faticosamente a produrre in vista di quella scossa e di quella accelerazione cardiaca che serve a mandare giù un bolo chimicamente ingombrante e pestifero per il suo delicato apparato frugivoro, che serve a rendere comunque possibile una digestione lunga e difficile fatta di emergenze ormonali ed enzimiche interne, senza le quali la digestione stessa non avrebbe nemmeno avuto luogo fulminandolo e stecchendolo all’istante.

 

La doppia gaffe di giudicare il  craving come naturale, e il vegetarianismo come appagante utopia

 

Conoscendo poi come va il mondo, valutando l’imprecisione, la fallacità, la negligenza e la tendenza a disobbedire della razza umana in genere, Danny arriva alla conclusione filosofica che vegetarianismo e fruttarianismo, e con essi pure l’animalismo etico che li accompagna, per quanto giusti, logici e razionali, non riusciranno mai a imporsi o a diventare maggioranza, a divenire regola di comportamento e di pensiero prevalente e generalizzata.

Questa sua previsione pessimistica deriva dal suo errore precedente sulla interpretazione data al craving.

Una fame  naturale e logica per la carne, implica infatti giustamente la conclusione fatale e apocalittica che nessuna società umana del futuro potrà mai vivere in regime di vegetarianismo, e che dunque i macelli e gli spettacoli mozzafiato di tortura, di violenza e di sopraffazione giornaliera su milioni di poveri e ignari ragazzotti a quattro gambe, continueranno ad accompagnare la incivile civiltà umana.

Ma quel craving non è affatto naturale come lui pensa, e dunque tutto il suo ragionamento successivo cade malamente.

Non ha ancora capito, il Danny, che egli necessita urgentemente dell’assistenza tecnica e psicologica  di cui ogni drogato ha bisogno, se vuole saltar fuori dalla proteo-dipendenza e dalla carne-dipendenza, se vuole davvero ambire a risalire la china, a raggiungere quel livello di perfezione che gli compete, e a non sprofondare nella mediocrità.

 

Non tanto la genetica, quanto il mettere benzina animal-proteica nel motore vegetariano, è il belzebù.

 

E non ha ancora inteso che, lungi dal risolvere i suoi rischi e le sue paure, i test cui si sottopone regolarmente rappresentano non una garanzia e un motivo di sicurezza personale, ma piuttosto una ulteriore tegola psicologica e fisica sulla testa del suo fisico, imperfetto e inadeguato alla dinamica e invidiabile personalità che lui possiede.

Non ha  pure compreso che il cancro, e tutte le altre malattie, che colpiscono in modo particolare e ripetuto certi ceppi familiari, certe comunità, certe nazioni piuttosto che altre, non sono scientificamente attribuibili alle tanto conclamate e generiche motivazioni genetiche, ma piuttosto, e molto di più, all’errore fondamentale di mettere carburante improprio all’interno del proprio apparato gastrointestinale,

all’errore clamoroso e mai abbastanza denunciato e vituperato di mettere benzina animal-proteica all’interno di un motore totalmente fruttariano

 

Una perfetta conoscenza della sua auto, ma una precaria conoscenza del proprio organismo

 

Il buon Danny, come la stragrande maggioranza degli uomini di oggi, ha una conoscenza perfetta dell’automobile che lo accompagna nei suoi spostamenti, conosce a menadito come funziona, quale carburante e quale lubrificante darle, che tipo di assistenza e di manutenzione garantirle.

Ma ignora incredibilmente, o percepisce in modo approssimativo e distorto la macchina un milione di volte più importante del proprio corpo, di come è fatta in dettaglio, di quali sostanze precise ha bisogno, di quale carburante sia in grado di bruciare al meglio senza produrre scorie radioattive, putrefazioni, ossidazioni, acidificazioni, avvelenamenti, dispersioni energetiche, sbilanciamenti, malattie gravi.

Ed è chiara e condivisibile a questo punto, quella sua idea pessimistica di fondo poco sopra accennata, sull’utopia irraggiungibile del veganismo.

 

Non è facile predire il domani, ma siamo sicuramente di fronte a una svolta

 

Non siamo profeti e non siamo maghi.

Non sappiamo onestamente se, a livello di singolo uomo e a livello di umanità intera, prevarrà la fatalistica previsione di un buddhista quasi perfetto come Danny, o la fondata certezza della scienza che opera per cambiare profondamente lo stato presente delle cose, per rendere possibile la connivenza e la sopravvivenza armoniosa e pacifica di 10 miliardi di persone, di 100 miliardi di altre creature a sangue caldo, e di 1000 miliardi di diverse piante, fiori e frutta, su un pianeta Terra giunto ormai agli sgoccioli, alla resa dei conti, al momento della svolta.

 

Se l’uomo non impara a vergognarsi profondamente di come si nutre, di cosa pensa, e di come si sta comportando, accadranno diversi fallimenti a catena

 

Se questo mondo senza principi, senza insegnamenti, senza scuole libere e trasparenti, senza validi punti di riferimento, senza fari di illuminazione per il navigante uomo disorientato e in balia delle onde e dei marosi, non impara a vergognarsi profondamente di come si nutre, di cosa pensa, e di come oggi si sta comportando, allora sì che una certezza ci sovviene, ed è quella che stiamo davvero andando verso la fine della nostra esperienza umana sulla Terra.

 

E, in qualità di osservatori imparziali, non dovremo fare altro che registrare il fallimento totale di quanto segue:

 

1) Della scienza ufficiale, delle scuole e delle università, di tutti gli attuali centri di irradiazione di un

    sapere nozionistico e fasullo, di una cultura materialistica, lacunosa e strumentale alle scelte di chi ha

    preso piena occupazione del potere.

 

2) Delle due maggiori religioni del mondo, che, proprio per la loro influenza negativa e nefasta sulla massa,

    hanno sequestrato il potere mentale e le spinte ideali degli uomini, allontanandoli anziché avvicinarli alla

    verità, caricandoli di falsi miti, di partigiane presunzioni, di schematismi paralizzanti e sterili.

 

3) Della stessa religione buddhista, la quale, per quanto molto più vicina alla verità rispetto a tutte le altre,

    ha finito per incidere troppo poco sulla effettiva trasformazione ed evoluzione dell’umanità asiatica.

 

4) Della medicina nell’assieme, la quale, anziché diventare la punta di diamante scientifica ed operativa

    delle migliori teorie e pratiche impostate correttamente dai padri fondatori Ippocrate e Galeno, si è

    trasformata satanicamente in un ricettacolo storico di deviazioni e di errori clamorosi, di travisamenti, di

    presunzioni infinite, di contraddizioni, di usurpazioni, di opportunismi, e in una palestra dimostrativa dei

    peggiori vizi, delle peggiori vanità, delle più meschine debolezze umane, piuttosto che in una istituzione

    filosofica e terapeutica virtuosa e responsabile quale avrebbe dovuto essere.

 

Drogarsi con la carne è doppio crimine, contro sé stessi e contro le vittime brutalizzate

 

Fumare, ubriacarsi, drogarsi di hashish, oppio, marijuana, anfetamine, sono tutte cose estremamente negative, dannose e biuasimevoli, vietate per legge al punto di prevedere la pena di morte in quasi tutta l’Asia.

Ebbene, alimentarsi della carne di animali barbaramente allevati, e ancor più barbaramente uccisi, è criminale verso gli animali stessi, ma lo è anche nei riguardi degli autori del crimine, nei confronti del loro corpo e della loro coscienza.

Ed è pure pratica dopante, come abbiamo visto.

Per molti versi è ancora più odiosa e grave dello stesso uso di droga per il quale si manda molta gente al patibolo, in quanto non solo sballa la gente rendendola carne-dipendente ed ammalandola in mille modi atroci, ma lascia per strada disseminata una serie lunghissima di crimini e di sopraffazioni che gridano vendetta a Dio, non al dio comune degli uomini e delle loro attuali meschine religioni, ma al Dio vero creatore, che ci ha fatti in un certo modo e che ha pure creato gli animali perché ci facciano compagnia, e non certo perché diventino oggetto dei nostri massacri quotidiani.

 

La repressione delle droghe vietate e l’assoluzione implicita della legalizzata droga-carne

 

Chi si droga con le sostanze stupefacenti fa male e merita la prigione e qualcos’altro.

Ma il male lo fa in genere a posteriori, dopo essersi drogato e istupidito.

A volte non fa addirittura male a nessuno, neanche a una mosca, all’in fuori che a se stesso, salvo che non faccia pure il trafficante.

 

Ma chi si droga di carne, il male lo ha fatto prima ancora di assumere il veleno, e lo continua a fare anche dopo, in un processo vizioso e perverso senza capo e senza fine.

 

La complice e disgraziata latitanza delle leggi umane.

Sarà il Tribunale Celeste Riunito degli Animali, assistito dal vero Dio Creatore, a comminare le pene.

 

Ma gli stati corrotti della terra, i governi di destra, di sinistra e di centro, i governi islamici e quelli socialisti, i governi vassalli e privi di personalità come i loro rispettivi governanti, mantengono alla droga carne lo status privilegiato di prodotto permesso, accettato, raccomandato e legalizzato.

E, con questo, permettono, accettano, legalizzano, sostengono e sponsorizzano anche le scuri che con cadenza millimetrica, ad ogni scandire del secondo, cadono pesantemente sulla testa innocente di vitellini e manzi, di mucche e buoi, di asini e muli, di cavalli e puledri, di capre e pecore, di caprioli e cinghiali, di galline e anatre, di conigli e lepri, di struzzi e faraone, di tonni e di balene.

In tutti questi casi ci troviamo di fronte al doppio crimine di eccidio di animali indifesi (quindi di omicidi aggravati dalla gratuità, dalla premeditazione, dalla barbarie metodologica), e di consumo impenitente di sostanze droganti che portano a ripetere il crimine e a farlo ripetere da altri.

Crimine individuale dei singoli che lo compiono, e crimine sociale-politico-etico-estetico degli stati che lo permettono e lo sottoscrivono quotidianamente, giorno dopo giorno.

La grandezza di uno stato e di una nazione non si misurano affatto col prodotto interno lordo, o con la ricchezza materiale che le sue industrie riescono a produrre, ma piuttosto col trattamento umano e civile  che esse riescono a garantire a tutte le creature che vivono entro i suoi confini.

Queste sono parole significative del Mahatma Gandhi, su cui i nostri governanti farebbero bene a spendere un pensiero.

In tutti questi casi, vista la colpevole, complice e disgraziata latitanza delle leggi disumane vigenti, sarà il Tribunale Celeste Riunito degli Animali a comminare le pene, con la chiara e incondizionata approvazione del Dio Creatore di tutte le anime viventi, inorridito e disgustato nel vedere come la sua creatura più dotata e intelligente si è degenerata al punto tale di diventare il re dei satrapi, dei traditori, degli ipocriti, l’esponente e l’esempio vivente  della peggiore delinquenza e della più meschina imbecillità.