Statine: prevenzione o illusione? Una riflessione critica sul farmaco più prescritto al mondo

Di Dott.ssa Elena Vitali

Negli ultimi trent’anni, le statine sono diventate il simbolo stesso della prevenzione cardiovascolare. Dal medico di base al cardiologo, sono spesso la prima (e talvolta unica) risposta a un colesterolo elevato. Così, milioni di persone al mondo, anche perfettamente sane, assumono ogni giorno un farmaco che promette di ridurre il rischio di infarto e ictus.
Ma dietro questa apparente certezza si nasconde una domanda scomoda: servono davvero a tutti?
E ancora: qual è il costo invisibile di questa “prevenzione farmacologica”?

Secondo i dati dell’AIFA, oltre il 45% degli italiani tra i 65 e i 74 anni assume regolarmente statine, anche in assenza di eventi cardiovascolari pregressi. Eppure, i dati epidemiologici ci dicono che l’incidenza di infarti nella stessa fascia d’età è intorno al 2,6% annuo – e non cala drasticamente nonostante l’uso massivo del farmaco.
In altre parole, la maggior parte delle persone trattate non avrebbe avuto un infarto comunque, ma si espone quotidianamente agli effetti collaterali di una molecola potente.

La medicina ufficiale basa l’indicazione alle statine su un “punteggio di rischio” calcolato in base a fattori come età, pressione, colesterolo e fumo. Se il rischio supera una certa soglia (solitamente il 10% a 10 anni), il farmaco viene raccomandato. Il problema, che queste soglie trasformano milioni di individui “a rischio moderato” in pazienti cronici, anche se non hanno sintomi, né malattie. È la medicalizzazione della normalità.

Nel frattempo, lo stile di vita viene spesso ignorato.
Si parla poco di alimentazione antinfiammatoria, fibre, omega-3, microbiota, gestione dello stress. Eppure, numerose ricerche dimostrano che cambiamenti nella dieta e nell’attività fisica possono ridurre il rischio cardiovascolare anche più delle statine, senza effetti collaterali.

Le statine hanno senza dubbio salvato vite, specie in prevenzione secondaria, dopo un infarto o in presenza di gravi fattori genetici. Ma oggi, nella pratica clinica, vengono spesso prescritte in automatico, sulla base di un valore numerico (il famigerato colesterolo LDL) piuttosto che di un’analisi globale della persona.

Come funzionano le statine: ciò che sappiamo e ciò che dimentichiamo

Le statine agiscono direttamente sul fegato, all’interno di una via metabolica ben definita. Qui, una molecola chiamata HMG-CoA (idrossi-metil-glutaril-Coenzima A) viene trasformata in mevalonato, un passaggio cruciale nella sintesi del colesterolo.
Questo processo è catalizzato da un enzima noto come HMG-CoA reduttasi, ed è proprio qui che le statine intervengono: ne bloccano l’attività, riducendo così la produzione di colesterolo endogeno. Il meccanismo sembra semplice ed efficace. Meno colesterolo prodotto nel fegato, più colesterolo rimosso dal sangue, grazie all’aumento dei recettori per le lipoproteine LDL.
Ma dietro questa linearità apparente, si nasconde una rete di equilibri fisiologici molto più complessa. Il colesterolo non è un nemico da abbattere, ma un elemento strutturale fondamentale. Le nostre cellule lo utilizzano per costruire membrane, sintetizzare ormoni sessuali, produrre vitamina D e perfino alcune sostanze immunitarie.

Bloccarne la produzione significa modificare un equilibrio interno che il corpo ha raffinato in milioni di anni.

Inoltre, dalla stessa via metabolica bloccata dalle statine deriva anche il Coenzima Q10, un composto essenziale per la respirazione cellulare e la produzione di energia nei mitocondri. Quando i livelli di CoQ10 si abbassano, le cellule muscolari possono diventare più vulnerabili alla fatica e ai microtraumi. Non a caso, molti pazienti in terapia con statine riferiscono dolori muscolari persistenti, senso di spossatezza, difficoltà nel movimento. In casi più rari, il danno può essere più grave. La cosiddetta rabdomiolisi è una condizione in cui le cellule muscolari si disgregano, rilasciando mioglobina nel sangue, una sostanza tossica per i reni. Anche se è un effetto collaterale poco frequente, è potenzialmente pericoloso e spesso sottovalutato.

C’è poi un aspetto spesso dimenticato nel dibattito: il colesterolo plasmatico è solo uno degli indicatori del rischio cardiovascolare, e non necessariamente il più importante.
Una persona con colesterolo alto ma uno stile di vita sano può avere un rischio reale più basso rispetto a chi ha valori “normali” ma presenta infiammazione cronica, sedentarietà o resistenza insulinica. Abbassare un numero su un referto può dare un senso di sicurezza, ma non equivale a guarire né a prevenire.

Effetti collaterali: i segnali ignorati

Non tutti gli effetti collaterali delle statine sono gravi, ma molti incidono sulla qualità della vita. E il problema più comune è che spesso non vengono riconosciuti come tali.

I disturbi muscolari sono i più diffusi.
Secondo una meta-analisi pubblicata su JAMA Internal Medicine nel 2021, fino al 10% dei pazienti sviluppa mialgie o debolezza muscolare, anche senza alterazioni evidenti degli esami. La riduzione del Coenzima Q10, indotta dalle statine, spiega in parte questo fenomeno.
Molti pazienti riferiscono stanchezza cronica, dolore localizzato e perdita di tono, spesso liquidati come “fastidi legati all’età”.

Altri effetti, meno noti ma ben documentati, includono:

  • aumento del rischio di diabete tipo 2 (5–12% secondo studi di coorte),
  • disturbi del sonno e dell’umore,
  • alterazioni epatiche transitorie,
  • disturbi cognitivi lievi e difficoltà di concetrazione.

Effetti collaterali associati all'uso delle statine

Come si vede, i disturbi muscolari rappresentano il problema più frequente, seguiti da stanchezza cronica e alterazioni metaboliche.

La rabdomiolisi resta rara (meno dello 0,1% dei casi), ma rappresenta la punta estrema di uno spettro più ampio di reazioni muscolari.
In molti casi, il paziente tollera il farmaco solo per necessità, convivendo con una sensazione costante di stanchezza che impoverisce la vita quotidiana.

Secondo una ricerca pubblicata su BMJ Open (Simons et al., 2022), fino al 40% dei pazienti interrompe la terapia entro il primo anno, per intolleranza o disagio fisico.
Tuttavia, questo dato viene raramente discusso nelle linee guida, che si basano su studi controllati dove i partecipanti sono selezionati e seguiti con criteri ideali. Ma la realtà clinica è più sfumata. Le persone non sono numeri, e la tolleranza a un farmaco dipende da età, metabolismo, genetica, microbiota e stile di vita.
Eppure, nella pratica, la terapia con statine viene spesso avviata in modo automatico, con lo stesso dosaggio per tutti, senza valutare alternative né monitorare gli effetti nel tempo.

Il risultato è una medicina che rischia di curare i valori di laboratorio, ma non sempre la persona reale.

Statine in Italia: uso estensivo, benefici limitati

In Italia, l’uso delle statine è cresciuto in modo costante negli ultimi vent’anni.
Secondo il Rapporto Nazionale AIFA 2023 sull’Uso dei Farmaci,(ultimi datti disponibili) quasi una persona su due oltre i 65 anni assume una statina.
La prescrizione inizia spesso già dopo i 55 anni, anche in soggetti che non hanno mai avuto un evento cardiovascolare.

Fascia d’età Uomini trattati Donne trattate
45–54 anni 13% 9%
55–64 anni 30% 22%
65–74 anni 45% 38%
75+ anni 48% 43%

Questi dati mostrano chiaramente come, con l’aumentare dell’età, la prescrizione diventi quasi automatica, indipendente dalla reale presenza di malattia.
Parallelamente, secondo l’Istituto Superiore di Sanità (ISS, 2022), l’incidenza di infarto in Italia è:

Fascia d’età Incidenza annua di infarto (%)
45–54 anni 0,4%
55–64 anni 1,1%
65–74 anni 2,6%
75+ anni 4,1%

Se si confrontano i due insiemi di dati, emerge una realtà difficile da ignorare:
l’aumento nell’uso delle statine non corrisponde a una diminuzione proporzionale degli infarti.
In altre parole, più prescrizioni non significano necessariamente più salute.

Uso di statine e indicenza di infarto

Il grafico evidenzia una discrepanza netta: una larga parte della popolazione assume statine senza mai avere un evento cardiovascolare, mentre una piccola quota di persone subisce comunque un infarto, nonostante la terapia.
Questo non significa che il farmaco sia inutile, ma che non è una garanzia universale di protezione, e che la selezione dei pazienti dovrebbe essere più precisa.

Un altro aspetto preoccupante è la prescrizione in prevenzione primaria, cioè in assenza di malattia.
Secondo l’AIFA, una parte significativa delle prescrizioni non è supportata da indicazioni cliniche chiare.
Questo suggerisce che, nel tempo, si sia creata una cultura medica dove “colesterolo alto = statine”, indipendentemente dal contesto generale del paziente.

Le conseguenze di questa semplificazione sono evidenti:

  • milioni di persone diventano pazienti cronici senza un beneficio certo;
  • si espongono a effetti collaterali evitabili;
  • e si allontanano dal principio fondamentale della medicina preventiva: curare la persona, non solo i valori numerici.

L’Italia riflette una tendenza globale: la farmacologizzazione della prevenzione.
Un approccio che rassicura sulla carta, ma rischia di ridurre la medicina a una gestione statistica del rischio, invece che a un’attenzione reale alla salute.

La vera prevenzione: oltre la pillola, verso un approccio fisiologico e consapevole

Prevenire non significa assumere un farmaco per tutta la vita.
Prevenire significa ristabilire equilibrio, correggere le cause e non solo abbassare i numeri. La medicina moderna, troppo spesso, ha confuso il controllo dei parametri con la cura della persona.

Il colesterolo, la glicemia, la pressione: tutto diventa un valore da normalizzare.
Ma un corpo in salute è molto più di una formula biochimica. Il colesterolo, per esempio, non è un nemico da eliminare, ma una molecola indispensabile alla vita. Serve per produrre ormoni, vitamina D e membrane cellulari. Quando i suoi livelli aumentano, il corpo non sta “sbagliando”: sta rispondendo a una richiesta interna – infiammazione, stress, sovraccarico ossidativo o carenze nutrizionali.
Il problema non è il colesterolo in sé, ma ciò che lo ha spinto a salire.

Un approccio di vera prevenzione deve guardare a queste cause profonde.
L’alimentazione, prima di tutto, non è solo una questione di calorie o di grassi “buoni” e “cattivi”. È un linguaggio che comunica con le cellule. Un’alimentazione troppo ricca di zuccheri, farine raffinate, oli vegetali ossidati o alimenti ultra-processati genera infiammazione e altera la sensibilità insulinica — le vere radici di molte patologie cardiovascolari. Ridurre questi carichi infiammatori è più efficace, nel lungo periodo, che abbassare un valore di LDL con un farmaco.

La vera prevenzione nasce dalla comprensione del proprio terreno biologico.
Non tutti metabolizzano i grassi nello stesso modo, non tutti reagiscono allo stress o agli zuccheri in egual misura. Personalizzare l’alimentazione, valutare le intolleranze, osservare i segni del corpo: questa è la strada per ridurre davvero il rischio di malattie croniche. Accanto a questo, l’attività fisica resta un pilastro, ma dev’essere calibrata. Non serve correre per ore: anche il movimento quotidiano, regolare e adattato all’età, migliora la sensibilità insulinica, la circolazione e l’equilibrio ormonale.
Perfino il sonno e la respirazione contano: dormire poco o male altera i livelli di cortisolo e favorisce l’accumulo di grasso viscerale.

Infine, la fitoterapia e la nutraceutica rappresentano un ponte prezioso tra medicina naturale e medicina ufficiale.
Sostanze come la berberina, gli acidi grassi omega-3, il riso rosso fermentato o i fitosteroli possono contribuire a migliorare i profili lipidici e infiammatori in modo fisiologico, se usate con competenza e monitoraggio.
Non come alternative “magiche”, ma come parte di una strategia globale di riequilibrio.

La prevenzione autentica, quella che dura nel tempo, non nasce da un foglio di laboratorio. Nasce dalla conoscenza di sé, dall’ascolto del proprio corpo e da scelte quotidiane coerenti con la fisiologia umana.
Solo così si costruisce una salute che non dipende da una pillola, ma da un equilibrio riconquistato.

Dott.ssa Elena Vitali
Laureata in Scienze della Nutrizione Umana e in Filologia, con doppia formazione in ambito educativo e linguistico.
Divulgatrice scientifica, si occupa di salute ormonale, benessere femminile e alimentazione funzionale.
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Fonti scientifiche:

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  • Eckert, P., et al. (2025). Coenzyme Q10 Supplementation for Statin-Induced Myopathy. J. Nutritional Science, 14, e10043.
  • Ruscica, , & Sirtori, C. R. (2023). Nutraceuticals for the Management of Hypercholesterolemia. Phytotherapy Research, 37(4), 1753–1766.

Testo inedito inviato in esclusiva alla redazione. Tutti i diritti riservati. Vietata la riproduzione o la pubblicazione non autorizzata ai sensi della legge n. 633/1941 sul diritto d’autore.

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Totale fonti: 17, di cui:

  • 11 articoli accademici internazionali peer-reviewed
  • 2 rapporti istituzionali italiani (AIFA, ISS)
  • 4 revisioni o meta-analisi di riferimento